ESTATE DI CLASSICI – “L’ANGELO UBRIACO”, AKIRA KUROSAWA: UN BARLUME DI COSCIENZA 

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di Mariantonietta Losanno 

Il 1948 è un anno chiave per Akira Kurosawa. Dopo sei film di ricerca, il regista ha finalmente coscienza di aver trovato la sua strada. L’angelo ubriaco è il primo film totalmente libero da condizionamenti esterni che abbia mai diretto; dopo aver passato – tra il 1945 e il 1947 – tempo a battersi ora contro la destra, ora contro la sinistra, può finalmente dire quello che desidera. In questa pellicola c’è tutta la (sua) verità. Da tempo Kurosawa sognava di fare un film che raccontasse realmente il mondo della yakuza (i gangsters giapponesi su cui si continua a fare tanta “cattiva” letteratura); quando, poi, ne ha parlato all’amico sceneggiatore Uekusa, si è mostrato subito entusiasta. Per far meglio risaltare la personalità del capomafia Matsunaga, Kurosawa ha pensato di affiancargli un antagonista, un medico umanitario, ma – nonostante gli sforzi – il personaggio non prendeva una forma convincente. Rifiutava di diventare “reale”. Durante un sopralluogo nel quartiere del poco di Yokohama, il regista ha incontrato un vecchio medico alcolizzato che esercitava senza licenza. «Dietro l’arroganza e il cinismo di quest’uomo provato dalla vita si indovinava una profonda e grezza umanità», ha spiegato Kurosawa, «Aveva qualcosa dell’ex ribelle decaduto. Era lui il personaggio!». La sceneggiatura venne stesa in pochi giorni, le riprese cominciarono quasi subito. Non c’era neppure bisogno di ricostruire un décor: Kurosawa e Uekusa si servono di quello che è appena servito per un film sulla malavita girato dal maestro Kajirō Yamamoto. 

Dopo la cronaca degli anni bui del fascino, delle difficoltà dei giovani nel primo dopoguerra, ne L’angelo ubriaco Kurosawa traccia un memorabile ritratto del disordine postbellico attraverso la radiografia di un complesso rapporto di odio-amore tra due falliti: un umanista ubriaco e un violento rappresentante delle nuova delinquenza, minato nel fisico e nel morale. Con questo film stridente, angosciante e brutale, il regista de I sette samurai manda in frantumi l’estetismo dolciastro del cinema giapponese del tempo; L’angelo ubriaco denuncia – con una violenza quasi apocalittica – la guerra, la miseria, l’ingiustizia. E gli inferni dei bassifondi, i conflitti morali di personalità (che diventeranno i “luoghi” di predilezione del cinema di Kurosawa), la malattia rivelatrice di un disordine interiore come conseguenza di un male sociale che sarà al centro di Cane randagio, Vivere, Barbarossa

%name ESTATE DI CLASSICI   “L’ANGELO UBRIACO”, AKIRA KUROSAWA: UN BARLUME DI COSCIENZA La pellicola vive di contrasti (come un “impasto” di luci e ombre): gli “eroi” di Kurosawa sono angeli ubriachi, non “super-uomini”, sono cattivi, “sporchi”. Sono malati, come è malata la società del dopoguerra nipponico, senza alcuna speranza. Da menzionare – obbligatoriamente – la sequenza che ricorda Il posto delle fragole di Bergman (Matsunaga sogna un suo doppio come Isak Borg), suggerendo una riflessione sui luoghi della durata – quelli di Peter Handke – e sulla morte incombente, con cui – stavolta – non si gioca a scacchi.  

«La ragione è il miglior medicamento», ripete costantemente il medico ubriaco. Come un barlume di coscienza, lo stesso che ha consentito a Kurosawa di giocare sulla dilatazione del tempo e il ribaltamento delle situazioni, enfatizzando la “sporcizia morale”.