LE DIABLE PROBABLEMENT, ROBERT BRESSON: UNA VISIONE FATALISTA O – FORSE – UNA PRESA DI COSCIENZA

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di Mariantonietta Losanno 

%name LE DIABLE PROBABLEMENT, ROBERT BRESSON: UNA VISIONE FATALISTA O   FORSE   UNA PRESA DI COSCIENZA“Ha una solitudine lo spazio, / solitudine il mare/ e solitudine la morte – eppure/ tutte queste son folla/ in confronto a quel punto più profondo/ segretezza polare/ che è un’anima al cospetto di se stessa/ infinità finita”, ha scritto Emily Dickinson. Proprio da una solitudine – che non è isolamento – ha inizio la riflessione di Robert Bresson ne Le diable, probablement.

Protagonista della vicenda è Charles, un giovane studente che non trova conforto in nulla. Vive da solo, perché ormai ha abbandonato la sua famiglia, va alle riunioni di gruppo di estrema sinistra e si trova continuamente in disaccordo con tutti.  Si muove tra l’apatia, la noia e il vuoto. Le persone che lo circondano si domandano se prenderlo sul serio e preoccuparsi o lasciare che l’angoscia si espanda. I modi di essere dell’isolamento, però, non hanno nulla a che fare con quelli della solitudine, se non l’apparente (comune) allontanarsi dagli altri e dal mondo, e l’apparente (comune) dissolversi delle relazioni interpersonali. È forse (perché ogni cosa potrebbe essere letta sotto forma di domanda) la presenza dell’altro a distinguere i due concetti. Charles si confronta – a suo modo – con gli altri, anzi, chiede l’aiuto di altri quando non può fare da sé quello che ritiene giusto fare. Non è isolato, è solo. Continua a realizzare valori interpersonali e comunitari, sia pure in modi diversi da quelli che si attuano “normalmente”; anzi, costruisce delle idee, evolve – probabilmente – e matura delle consapevolezze. È lucido, come il Diavolo. Bresson, però, utilizzando la lettera minuscola, non si riferisce ad un’idea comune di Male che si contrappone al Bene, né (soltanto) al concetto di finitezza dell’uomo, scomodando filosofi come Blaise Pascal o, per quanto riguarda la disperazione dell’esistenza Kierkegaard o Schopenhauer. Pur essendo profondamente complesso e riconducibile a diverse correnti filosofiche, il discorso portato avanti ne Le diable, probablement, muove da un presupposto diverso, persino più semplice, e cioè che il male (non il Male) esiste e può impossessarsi (senza immaginare uno scenario da piccolo horror di serie b) di ciascuno di noi, muovendo decisioni e assumendo le sembianze di una forza oscura, ma lucida ed organizzata.

%name LE DIABLE PROBABLEMENT, ROBERT BRESSON: UNA VISIONE FATALISTA O   FORSE   UNA PRESA DI COSCIENZA“La Terra, sempre più abitata, è sempre più inabitabile. Intere specie vengono sterminate in nome del profitto”, dice Charles, lamentandosi delle varie forme di distruzione. Che senso ha, allora, vivere senza speranza, contro ogni logica? Senza riflettere, tradendo le proprie idee e “annullandosi”, ma senza morire? Bresson non dipinge il suo diavolo come una vittima, fa sì che emergano le sue inquietudini e le sue riflessioni. Non si diverte a manovrare tutto, facendosi beffa dell’umanità. Come farebbe, invece, il Diavolo, probabilmente. Così come Charles, il regista non vuole essere obbligato a sostituire i propri veri desideri con quelli calcolati statisticamente con sondaggi o formule. Si rifà a Dostoevskij, e da I Fratelli Karamazov, da cui, infatti, il titolo:

“Dio esiste o no, una volta per tutte?

– No.

– E chi si prende gioco degli uomini, Ivan?

– Il diavolo, probabilmente.”

Bresson mette in scena un processo di disgregazione psichica che, paradossalmente, produce una profonda ricostruzione del sé. Se la “malattia” è vederci chiaro, ne Le diable, probablement, ogni cosa è fin troppo nitida. Evidentemente, o probabilmente.