“UNLOCKED”, KIM TAE-JOON: SORVEGLIARE E PUNIRE

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di Mariantonietta Losanno  

%name “UNLOCKED”, KIM TAE JOON: SORVEGLIARE E PUNIRESiamo (ormai) a conoscenza dei demoniaci algoritmi che ci pedinano ogni istante e dei meccanismi della nuova architettura globale di sorveglianza, che osserva – spiando – e indirizza i nostri atteggiamenti per ottenere guadagni e Potere. Ad essere monitorati sono i movimenti, le emozioni, le parole, per imporre l’automazione e “formare” soggetti manipolabili. Ogni aspetto della vita umana diventa, allora, un’occasione di guadagno: siamo le fonti del surplus di questo nuovo capitalismo (differente da quello di Marx perché non si ciba di lavoro), gli oggetti di un’operazione di estrazione e potenziali clienti di aziende che operano nel mercato dei comportamenti futuri. Seguendo questa prospettiva, allora, è intuitivo immaginare come sia praticamente impossibile sottrarsi a questo legame (mai stretto coscientemente eppure solidissimo), a questa sorta di nuova versione del patto di Faust. Questa assuefazione ad una realtà nella quale siamo tracciati, analizzati e sfruttati è il punto di partenza dell’analisi condotta da Kim Tae-joon (classe 1984, al suo esordio alla regia) nel suo Unlocked, tratto dal romanzo di Akira Shiga e disponibile su Netflix.

Protagonista – e bersaglio – del racconto è Na-mi, una giovane donna che, distrattamente, dimentica il telefono sull’autobus rientrando da lavoro. Basta un momento di disattenzione (a causa della stanchezza) per finire nel mirino di Jun-yeong, che ritrova il cellulare e si mostra disponibile a restituirlo, ma solo dopo aver installato uno spyware nel dispositivo. La ragazza si rassicura, pensando di aver salvato tutti i tuoi dati privati, senza rendersi di essere costantemente sorvegliata. Ad essere controllate sono le sue abitudini (vengono appuntati orari ed impegni quotidiani) e le sue relazioni personali (amicizie interrotte e altre recuperate, rapporti familiari), con lo scopo di interferire nella sua vita, costringendola a dubitare anche degli affetti più sinceri. Nel frattempo, parallelamente all’indagine invisibile, se ne svolge un’altra: il detective di polizia Ji-man è sulle tracce di suo figlio, potenziale colpevole di alcuni crimini.  

Il vero nemico è il cellulare, che, diventando uno strumento di controllo, si trasforma in un’arma. Jun-yeong sorveglia e punisce – come direbbe Foucault – accanendosi e incattivendosi man mano che il suo piano si evolve. Quello che sfugge (per gran parte del film) è il motivo di questa rabbia, che sembra covata da tempo ma non riconducibile a Na-mi. C’è qualcosa di pregresso che lo spinge ad agire e a portare a termine il suo sadico progetto di vendetta. La ragazza, in realtà, viene accusata solo per la sua distrazione (“Perché hai lasciato un bene così prezioso in un posto a caso?”, le dice il suo hacker), nient’altro; tutto quello che accade dopo, infatti, a partire dalla “caccia al tesoro” per recuperare il telefono agli sviluppi successivi, sono indipendenti dalla sua volontà. È soltanto una vittima, una delle tante possibili.

%name “UNLOCKED”, KIM TAE JOON: SORVEGLIARE E PUNIRELa pellicola, pur essendo coreana e (potenzialmente) da porre a confronto con precedenti film di genere – come quelli di Bong Joon-ho, Park Chan-wook e prima ancora di Kim Ki-young – non riesce ad alimentare la tensione e finisce per rimanere bloccato in soluzioni semplici, spesso anche comode. Unlocked porta, poi, il peso (che può essere controproducente) di essere il remake di un film giapponese del 2018, Stolen Identity, altro adattamento del romanzo di Akira Shiga. Prova a “salvarsi” con dei colpi di scena, ma prende male le misure, annegando nelle indecisioni.