Acqua pubblica, Fico il sicofante

0

–    di Vincenzo D’Anna*    –     

Sfogliando il vocabolario si apprende la definizione di “sicofante”: persona dedita alla delazione, calunniatore, oppure individuo che agisce per tornaconto personale, spesso utilizzando false accuse e allarmismi. Originariamente, nell’antica Grecia, costui era chi denunciava i ladri di fichi (sikya) o gli esportatori abusivi dei medesimi, essendo quel frutto, che cresceva abbondante nelle campagne dell’Ellade, oggetto di un florido commercio e, in quanto tale, sottoposto a tassazione. Ora, venendo ai giorni nostri, la politica è piena di sicofanti, laddove i politici meno acculturati e improvvisati sono dediti a denunciare problemi che incidono sulle tasche dei contribuenti con argomentazioni fallaci, pur di vestire i panni dei moralisti e dei benefattori del popolo. È questo il caso di Roberto Fico (nomen omen), che da orecchiante della politica, formula denunce da sicofante in merito all’annosa questione dell’approvvigionamento idrico delle famiglie residenti in Campania. Egli, come molti altri prima di lui, si ripara dietro un’asserzione aulica che produce effetti positivi e consenso presso l’opinione pubblica: la cosiddetta “acqua pubblica”. Definizione che viene propinata agli ignari cittadini come la posizione politica volta a sottrarre la gestione lucrativa delle risorse idriche agli speculatori privati, ossia a coloro che ricaverebbero guadagni sulla distribuzione di un bene naturale al quale tutti avrebbero diritto di accedere gratuitamente. Esposta in questi termini, l’approvazione è assicurata: i più sono portati a conciliare l’apprezzamento per un buon proposito, ricadente nell’etica pubblica, con l’inconfessata aspirazione di potersi liberare delle bollette da pagare per il consumo di acqua. Insomma, la quadratura del cerchio: si nobilita l’animo con l’altruismo solidale e, al contempo, si incentiva la convenienza evitando un esborso finanziario. E tuttavia, a costo di deludere sia le anime buone sia quelle più prosaicamente interessate a liberarsi di una spesa, bisogna dire che il progetto dell’acqua pubblica è una retorica ipocrisia. A nulla vale enunciare un principio che, per quanto eufonico, non è realizzabile per carenza di presupposti e di concreta fattibilità. La quantità d’acqua occorrente per il fabbisogno delle famiglie moderne è di gran lunga superiore a quella di metà del secolo scorso; è aumentata di pari passo con la diffusione dei servizi igienici domestici, così come è cresciuto il consumo per usi industriali, artigianali e agricoli. Si tratta di un fenomeno legato al miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie, all’antropizzazione e allo sviluppo dei processi produttivi. Un dato elementare può fungere da metro di paragone: ogni volta che utilizziamo lo scarico del WC, in casa o in un ufficio, vengono consumati dai dieci ai quindici litri d’acqua. Ma, al di là dei consumi quotidiani, il vero problema è rappresentato dalle perdite lungo le condotte di adduzione, dalle sorgenti o dai pozzi fino alle utenze. In Italia la dispersione raggiunge il 40%; in Campania il 53%, con punte del 65% a Caserta e Salerno. Per riparare e rinnovare una rete idrica ormai colabrodo occorrerebbero miliardi di euro che né lo Stato né la Regione hanno a disposizione. Quest’ultima destina alla Sanità già oltre la metà delle proprie risorse, circa 12 miliardi di euro, mentre il restante è distribuito tra trasporti, viabilità, opere pubbliche, agricoltura, ambiente e servizi, oltre al mantenimento di un apparato burocratico imponente, con oltre 13.000 addetti, e poi il debito delle società partecipate regionali: veri e propri pozzi senza fondo. Nonostante ciò, la gestione De Luca non ha rinunciato a bandi di concorso che hanno fatto lievitare ulteriormente il numero dei dipendenti. Un dato significativo: la Campania conta più dipendenti della Regione Lombardia, pur avendo una popolazione inferiore di oltre tre milioni di residenti. Aggiornare, manutenere e approvvigionare la rete idrica richiede dunque risorse che non ci sono o che dovrebbero essere reperite tagliando disservizi, inefficienze e ridondanze di personale, smantellando cioè quell’apparato burocratico-clientelare su cui si fonda parte del consenso politico della Sinistra in Campania.. Per fare funzionare al meglio possibile il servizio idrico serve il contributo degli investitori privati, i quali, assumendosi rischi e impiego di capitali, devono necessariamente ottenerne un utile di ritorno . Un esempio emblematico: il Consorzio idrico di Caserta ha dichiarato fallimento per circa 280 milioni di euro, ma continua ad assumere dirigenti amministrativi perlopiù legati ad amministratori e politici. Ed allora si costituisce una società per azioni per eludere il debito e ripartire come se nulla fosse. E il sicofante Fico continua a battersi per le “chiare, fresche e dolci acque” dell’acqua pubblica, gratis et amore Dei.

*già parlamentare