– di Vincenzo D’Anna* –
Coloro che leggeranno la lettera enciclica di Leone XIV “Magnifica humanitas”, sulla corretta interpretazione della dottrina sociale della Chiesa aggiornata ai tempi moderni, non troveranno soltanto precisi riferimenti alla “Rerum Novarum”, emanata dal suo predecessore Leone XIII nel 1891, ma molto di più. Non vi rintracceranno solo una corretta esegesi della posizione assunta dalla Chiesa di Roma sullo scontro tra lavoro e capitale, tra proletari e borghesi, che in quel tempo infiammava la lotta sociale e politica in Italia. Vi troveranno invece un esplicito parallelo tra le tesi degli economisti di scuola liberale e la dottrina sociale applicata al terzo millennio: una riflessione aggiornata sull’attualità dello scontro sociale, oggi rappresentato dal rapporto tra uomo e tecnologia, ma ancor più una corrente di pensiero che coincide con la visione dell’economia dinamica. Una sovrapposizione di concetti fondata sulla centralità dell’uomo nel creato e quindi anche nei processi produttivi che, con l’avvento dell’intelligenza artificiale, rischiano di ridurre la persona umana, il lavoratore, a semplice esecutore di quanto stabiliscono le macchine. Insomma, la nascita di un “potere senza volto”, legato alla tecnologia più che alla libertà e alla dignità di chi lavora. Più in generale, è l’intera umanità a trovarsi davanti a un bivio esistenziale, dovendo scegliere tra una nuova Torre di Babele e il discernimento comunitario, ossia tra l’essere mero esecutore, appendice della macchina e dell’intelligenza artificiale, oppure creatore di un umanesimo sociale in armonia con la creazione e con la magnifica umanità che popola il mondo. La libertà di creare e di intraprendere, unita alla dignità dell’uomo che lavora, realizza il proprio destino e determina individualmente la propria felicità, diventa così un postulato comune tra liberalismo, teologia e dottrina della Chiesa. Entrambe vedono nella centralizzazione tecnologica una minaccia alla partecipazione umana attiva e alla realizzazione del destino dell’uomo. Se un’economia toglie alla gente la possibilità di creare, sperimentare, sbagliare e riprovare, diventa una società depressa anche se ricca. Il dinamismo economico è composto da piccoli atti innovativi quotidiani, da individui che lavorano e creano ricchezza e occupazione, e non dalla fatale presunzione che lo Stato possa prevedere e realizzare per ciascun individuo esiti felici per la propria esistenza. Il Papa sostiene che il lavoro non è merce e che l’intelligenza artificiale è accettabile solo se serve l’uomo e non lo sostituisce in ciò che è autenticamente umano: creatività, giudizio materiale e morale su ciò che è compatibile con la dignità della persona. Tutto si incentra intorno all’uomo e non soltanto al mercato, al profitto e alla convenienza, che pure restano direttrici della libera iniziativa. Papa Prevost, da buon americano, comprende bene che, sotto l’imperio delle regole e delle leggi, la ricchezza prodotta mantiene una propria eticità, libera energie creative e diventa presupposto per finanziare solidarietà e sostegno agli svantaggiati, edificando istituzioni libere e democratiche capaci di esercitare la sussidiarietà. Per farla breve, individualismo si oppone a collettivismo, non a solidarismo. Là dove chi produce può farlo con garanzie di libertà, creatività e concorrenza, la prosperità abbonda e nessuno può sopprimere l’anelito alla giustizia sociale, intesa come equità e non come distribuzione forzata della ricchezza. Insomma, la Chiesa di Leone XIV, sul piano dell’etica del lavoro, mostra maggiori consonanze con quella di Lutero e Calvino che con quella di Tertulliano e Agostino: il denaro non è lo sterco del diavolo ma, se posto al servizio dell’uomo, può diventare strumento di libertà e di utilità collettiva. A cadere sotto i colpi del nuovo Papa è la vulgata pauperistica, l’idea che la salvezza dell’anima sia legata alla povertà materiale e non a quella spirituale; che la cruna dell’ago dipenda dalla dichiarazione dei redditi del credente e non dalla carità e dalla bontà che egli esercita. In questa ottica la Chiesa non ha più motivo di essere gradita ai cosiddetti “atei devoti”, a quanti la applaudono quando la pastorale coincide con il loro credo politico, quando il Papa invoca l’uguaglianza degli esiti – il socialismo – e non quella delle opportunità, propria del liberalismo. La Chiesa non ha bisogno del consenso di chi vorrebbe ridurla a compagna di strada politica: non è sorta per piacere al mondo, ma per redimerlo con il Vangelo.
*già parlamentare


















