“THIS MUST BE THE PLACE”: IL VIAGGIO INTERIORE DI UNA EX ROCKSTAR

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Cheyenne (Sean Penn) ha una cinquantina d’anni, il suo look è un incrocio tra Robert Smith dei The Cure e Ozzy Osbourne, è alienato, annoiato, schiavo del personaggio che è stato. Trascorre le sue giornate nella sua lussuosa casa con la moglie, ogni tanto incontra una giovane amica. È depresso, fuori dal tempo. Tenta vagamente di tenersi in forma con improbabili esercizi fisici, ogni tanto ripensa al suo passato e al motivo (poco chiaro) per cui non fa più musica. La morte del padre, con cui non aveva più alcun rapporto, lo spinge a tornare a New York. Scopre così che l’uomo aveva un obiettivo: vendicarsi per un’umiliazione subita in un campo di concentramento. Cheyenne, allora, cerca in tutti i modi di compiere questa missione. Avrà modo, così, di conoscere il padre e di ritrovare se stesso.

“I love the passing of time/Never for money/Always for love” (Adoro il trascorrere del tempo, mai per soldi, sempre per amore), canta David Byrne, il frontman dei Talking Heads, in “This Must Be the Place”, a cui Sorrentino dedica il film. Tutto inizia come un affresco grottesco con tinte comiche (a tratti irritanti, come la vocina fastidiosa di Cheyenne), e poi si trasforma in un road movie alla ricerca della propria essenza. Un vagare distratto, inizialmente, senza alcuna meta. Una serie di incontri, spesso inconcludenti. L’avventura ha inizio quando Cheyenne si impone di portare a termine la vendetta del padre. C’è un tentativo di fusione tra musica e immagini, che in parte riesce. Ogni tappa del viaggio di Cheyenne dovrebbe avere il senso di far progredire il suo cammino di consapevolezza. Il suo è un viaggio di redenzione. Sean Penn è forse troppo caricaturale, per certi versi sembra stravolga il volto della star. La pellicola di Sorrentino sembra molto simile al cinema di immagini e di accostamenti dello stralunato Wes Anderson. Possiamo azzardare, dunque, che “This Must Be the Place”, non sembra un prodotto italiano, purtroppo -dato che si spera che il cinema italiano riacquisti il suo valore- e per fortuna. Sorrentino riesce a rappresentare la psicologia di un personaggio, i suoi vizi e i suoi limiti, il suo vivere al confine tra la noia e la depressione. La pellicola, però, ha un lieto fine, come a voler dire che la redenzione di Cheyenne alla fine si compia. La morte del padre è, dunque, per la ex rockstar un’occasione, la motivazione ad intraprendere un percorso nei suoi ricordi per elaborarli e costruirne dei nuovi. È solo (anche se la moglie è costantemente accanto a lui), indifeso, spento. Alla fine, però, Cheyenne fa pace con se stesso. Poteva scendere nell’abisso, invece riesce a risalire. Alla fine del film Cheyenne ha tolto, infatti, la maschera del personaggio e ha riacquisito le sembianze dell’uomo. La musica dei Talking Heads  è quel qualcosa in più che rende la pellicola più intensa. David Byrne compare anche nei panni di se stesso. Nel cast compaiono anche Fraces McDormand e Eve Hewson, figlia di Bono Vox.

Mariantonietta Losanno