LE BOLLE DI SAPONE – seconda ed ultima puntata

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   –  di Elvio Accardo  –BOLLE LE BOLLE DI SAPONE – seconda ed ultima puntata

(LEGGI LA PRIMA PUNTATA)

“Huè, piccirì, che fai lloco?” disse una voce proveniente da una sagoma in controluce ferma sulla porta, Gennarino spaventato scattò sgusciando a fianco dell’uomo velocemente come un gatto in fuga, ma dopo una breve corsa si trovò la rete stesa ad asciugare su tutti i lati, e non potendo scappare si fermò e si voltò, vide un vecchio con i capelli bianchi arruffati, la barba non rasa su un viso magro pieno di rughe, che teneva  le mani alzate e sosteneva un barattolo di vernice rossa e un pennello.

“Ca te pozzen‘ fa cu ‘ll’ova fritte, natu’ppoco me menavi ‘nterra”,

Gennarino si guardava intorno cercando la via d’uscita, ma non la trovò, non azzardò nessun passo in quel labirinto fatto d’aria e fili. Il vecchio posò sulla sabbia la vernice e ridendo tirò dalla sabbia una canna sollevando la rete, e disse: “mi sembri un piscitiello in trappola, comme te chiamm?” Gennarino uscì di sotto la rete e guardando negli occhi il vecchio disse: “mi chiamo Gennarino, Caruso Gennarino e sto aspettando papà e Ninuccio”, “ma tu si’ figlio e Lello Caruso?, io sono Feliciello, ero cumpagno  di tuo nonno Tore o’Franzese, ‘e di tua nonna Nina a bonanima, ho visto papà tuo cu’ Ninuccio ‘na mezz’ora fa, sono andati a ritirà e nasse addereto a’ torre, tornano più tardi, vieni dentro, al fresco, debbo prendere a pittura verde, e vaco a scrivere i nummere ‘ncopp’ a’poppa della barca, vieni”. Il vecchio entrò nella baracca, ma Gennarino rimase fermo’ sulla soglia.

 Feliciello si muoveva in quel piccolo spazio scalzo, si fermò davanti allo scaffale e prese un barattolo, si voltò e disse: “trase, entra, assettate”, Gennarino fermo sulla soglia scosse la testa, era un no deciso, senza ripensamenti, quello che aveva immaginato essere il suo posto giusto, il luogo perfetto per le sue fantasticherie, e per tutti i suoi giochi, era già di un altro, di un vecchio pescatore solitario guardiano dei gozzi.

 Per la seconda volta, in quel mattino, Gennarino provò l’amaro del disinganno. Non c’era posto per lui con i suoi sogni, né sul gozzo di Lello né nella baracca azzurra.

Sulla soglia della baracca, sottovoce, muovendo appena le labbra, con lo sguardo rivolto ai movimenti lenti di Feliciello che prendeva un barattolo dallo scaffale, cominciò: “una furmicula pass pass, se ne sagliett’ a dint’ a nu’ fuoss……”

Il vecchio prese da un cestino un pugno di fichi secchi, gli bastò allungare il braccio per arrivare alle mani di Gennarino, disse: “ so’ e ffiche secche del Vesuvio so imbottite con le mandorle, piglia, so bbone assaie, mangiatelle”. Gennarino le prese, ma rimase immobile, era colpito dai movimenti sicuri e lenti del vecchio, che nonostante l’evidente vecchiezza, si muoveva come se danzasse, agile, sicuro, come se avesse incorporato dentro alle gambe sottili e nervose, il rollio di una barca sulle onde.

“Dove stavi andando?, ti ho visto correre verso la torre” diceva Feliciello, “da quella parte non ci sta niente, ci stanno gli scogli, è pericoloso, tua mamma dove sta? Non vedo nessuno, torna a casa, a quest’ora e piccerilli stanno durmenno, nun vanno currenno ‘ncopp’ a rena”, “Gennarino” rispose scuotendo la testa.

Il vecchio si sedette sulla brandina e liberò il tavolino dalle cianfrusaglie, prese una bottiglia piena d’acqua sulla mensola e la versò sul tavolino, ne pulì bene la superfice strofinandoci la mano e poi posò il barattolo che aveva preso prima dallo stesso scaffale e ci versò dentro l’acqua rimasta nella bottiglia.

Gennarino entrò nell’ombra dell’uscio, con gli occhi fissi sul barattolo, la curiosità cominciava a stuzzicarlo, con un gesto da automa, addentò un fico secco.

“Lo sai che io e tuo nonno Salvatore ci siamo salvati per miracolo dall’affondamento del S. Antonio, u’ trabaccolo a curall di 30 tonnellate di sua proprietà?”.

Gennarino si avvicinò, masticando il grosso fico secco imbottito.

Le strane operazioni che Feliciello compiva, con gesti lenti e misurati, sembravano un misterioso rituale, e le parole sconosciute del suo racconto, arcane.

“Feliciello continuò il racconto cercando con la mano un piattino sulla mensola, che conteneva un liquido biancastro, era sapone sciolto, residuo liquido di alcuni pezzi di vecchie saponette che usava per lavarsi.

Versò quel liquido nel barattolo con l’acqua poggiato al centro del tavolino bagnato, con gesti volutamente lenti e attenti.

Agli occhi di Gennarino, parve di vedere la preparazione di una mistura magica.

“Stavamo a tre miglia da Bosa, annanz a’ u’ castiell Malaspina, all’intrasatt’ nu’ sottomarin tedesco ci spara nu siluro, u’ Sant’ Antonio scoppia ‘n’cielo”.

 Feliciello interruppe il suo racconto per prendere da una cassetta accanto al suo giaciglio, un lungo maccherone da un cartone blu, immerse la punta nel barattolo, e cominciò a soffiarci dentro lentamente.

Gennarino si avvicinò, mentre il barattolo si riempiva di schiuma, che cominciò a versarsi sul tavolino bagnato.

Al colmo della curiosità, mise i fichi nella tasca del suo calzoncino blu e si poggiò con le mani al tavolino per vedere meglio quel piccolo mare di bolle che cominciava ad allargarsi.

“Poi” riprese Feliciello. “u’ Sant’Antonio in cinque minuti se ne scennette  ‘nfunn’o mare purtannose  otto persone d’equipaggio ce salvammo sul’ a tre, io, Totonn’ u’monaco, sarebbe Antonio Perrella, u’ sacrestano da Parrocchia da Maronna e Portosalvo, ma è muort  cinc’anne fa, e po’ Tore ‘o franzese, ‘u nonno tuoio”.

Gennarino ascoltava quel racconto senza ricordare nulla, osservava Feliciello con gli occhi spalancati, immobile.

Feliciello estrasse il lungo tubo di pasta da quella schiuma, e appoggiò le labbra soffiando lentamente verso l’alto quasi sulla testa di Gennarino.

Comparve cosi una bolla iridescente che si gonfiava a vista d’occhio, divenne subito colorata, con tutti i colori che Gennarino aveva conosciuto, anzi di più, erano i colori che accompagnavano le sue fantasticherie, i suoi sogni ad occhi aperti.

Fu cosi che Gennarino scopri le bolle di sapone. Rimase incantato dal potere di Feliciello, questo lo poteva fare solo un mago, un potente mago.

Le bolle scoppiavano sotto il naso di Gennarino, e Feliciello cominciò a fare bolle sempre più grandi, che staccava dal maccherone con un lieve movimento del polso.

Si libravano leggere e misteriose per gli spazi angusti del casotto, e la loro iridescenza colte dal fascio di luce prepotente proveniente dalla porta aperta, rifletteva trasparenze fluide cariche di sorprendente vitalità.

Gennarino seguiva a bocca aperta le bolle le loro leggere evoluzioni e poi finivano per frangersi su qualunque oggetto che incontravano sulla loro traiettoria.

Sulle loro superfici convesse e traslucide, comparivano miriadi di stelle, paesaggi astrali, vie celesti senza confini, su altre Gennarino scorse eserciti nemici, fondali marini con ogni sorta di pesci, che nuotavano nelle profondità azzurre.

Rapito da quella insuperabile creazione, magica, allungò il dito toccandone una dorata, che sospesa e indecisa, cercava luce nel riquadro della porta, alfine questa scoppiò e mille atomi d’acqua raggiunsero il suo viso e i suoi occhi, e un rapido brivido lo investi, mentre un bruciore entrò nei suoi occhi costringendolo a strofinarseli.

Un calore entusiasta lo colse e il sorriso si tramutò in una risata allegra, piena di gioia sfrenata che lo portò ad inseguire ovunque volassero quelle bolle incredibili, che Feliciello ininterrottamente creava con misurati sbuffi che soffiava nel lungo maccherone tra una risata e l’altra provocata dai gesti scomposti di Gennarino.

Poi Feliciello si alzò, e cominciò a soffiare nel tubo lentamente, ininterrottamente prendendo aria dal naso, e cominciò a formare all’estremità del tubo di pasta, una bolla veramente eccezionale, grande, tesa, lucente come un piccolo sole con tutti i colori del creato, che si muovevano intrecciandosi e fondendosi liberamente sulla superficie.

Gennarino seguiva incantato quella grande bolla, che dopo un poco accompagnata dalle attenzioni di Feliciello con un lieve colpo si staccò dal maccherone e si appoggiò intatta sulla superfice del tavolino intriso d’acqua.

Quello era il compiersi del rito magico che solo un potente mago pieno di onde di mare poteva realizzare. In quella stretta specola ogni colore finì per diventare stinto e smorto a confronto di quella palla d’oro dove l’incantato viso deformato di Gennarino si specchiava, deformato dalla convessità della superfice.

Feliciello si sedette con calma sulla brandina e indicò la superfice e disse: “Gennarì, chill si’ tu, vedi, ma non adesso ma quann’ sarrai grande”, e una allegra risata riempì la baracca e la grossa bolla scoppiò lasciando sul tavolo una traccia un po’ oleosa tra un microscopico pulviscolo d’acqua.

Feliciello si alzò prese dallo scaffale un barattolo di vernice verde e un pennello e disse: “Gennarì, io vado a pittà i nummer’ alle barche, tu resta qua, gioca cu’ e’ bolle, poi aspettiamo a tuo padre che arriva tra poco, e ve ne turnate insieme a casa”.

Rimasto solo, Gennarino prese un altro fico secco e lo mise in bocca, pensò che i fichi secchi del mago erano buonissimi, poi uscì fuori , la trappola del labirinto era ancora li, ma lui l’avrebbe aggirata, passando tra i mucchi di posidonie, fu un attimo, Gennarino rientrò e afferrò il barattolo di acqua saponata con i lungo maccherone e usci dalla baracca senza fare rumore, aggirò le reti stese ad asciugare e furtivamente attraversò i mucchi di posidonie, poi di corsa tra i fiorellini viola delle calcatreppole spinose, superate queste si senti al sicuro, la buganvillee  della sua casa era a meno di cento metri, si sentiva l’eroe di quella straordinaria esperienza, era riuscito a sottrarre a quel potente mago e ad  impadronirsi della la sostanza magica con la quale poteva creare  tutti i mondi  straordinari che voleva l’avrebbe mostrata a Ninuccio ma non gliene avrebbe data neanche un po’ , non se la meritava.

Arrivò sempre correndo tra i cespugli di ginepro e di sparto, fu proprio un ramo basso di ginepro che interruppe la sua corsa, Gennarino incespicò e cadde tra i bassi cespugli, il barattolo gli sfuggi dalle mani rotolando più lontano, e il maccherone si spezzò in più parti.

Si rialzò subito, raccolse il barattolo vuoto, e del liquido fatato non rimaneva altro che una macchia umida sulla sabbia.

Avvilito e deluso spolverò il suo calzoncino blu e la manica della camiciola bianca e si avviò verso la porta di casa, che era ancora socchiusa.

Si tolse i sandali francescani e si mise nel suo lettino, prese l’uomo tigre che stava sul cuscino ad aspettarlo e a bassa voce mentre la campana della chiesa di Portosalvo suonava per la seconda messa, sottovoce, muovendo appena le labbra cominciò: “una furmicula pass pass,/ se ne sagliette ‘a dint’a nu fuoss/. Ddoie furmicule appriess appriess/ s’avviarono ‘nzuoccol senza press/…

Alla quarta formica si addormentò.