“MYSTIC RIVER”: LA BANALITÀ ARENDTIANA DEL MALE DESCRITTA DA CLINT EASTWOOD

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Jimmy, Dave e Sean giocano per strada in un quartiere periferico di Boston. Mentre stanno scrivendo i loro nomi sul cemento fresco del marciapiede, due presunti poliziotti li rimproverano e costringono Dave a salire in macchina con loro. La storia riprende venticinque anni dopo, quando a causa di un tragico evento – la morte della figlia di Jimmy – i tre amici si rincontrano. I traumatici ricordi di sofferenza riaffiorano.

La pellicola di Clint Eastwood, tratta dal romanzo “La morte non dimentica” di Dennis Lehane mostra la complessità dell’agire umano, focalizzandosi su quanto le azioni siano condizionate dalle esperienze vissute, alcune impossibili da dimenticare e aventi il potere di forgiare l’identità e far perdere la lucidità. La regia è fredda e rigorosa: quello raccontato da Clint Eastwood è un viaggio nell’oscurità, in cui più ci si addentra più ci si sente scossi, violati, come se si subisse una violenza psicologica. Una volta che il Male ha preso parte della vita di un individuo, prima o poi, le conseguenze andranno affrontate, anche se ci si illude di averlo sconfitto. Cambia il concetto di giustizia, che assume l’accezione di vendetta personale, assolutamente priva di umanità. “Mystic River” mostra come possa vacillare facilmente la fiducia nel prossimo, che si intenda un familiare, un amico, un membro delle forze dell’ordine, persino il soggetto più deboli ed apparentemente indifeso. Non c’è redenzione e non c’è pace: Clint Eastwood sceglie di mostrare la banalità del Male nella sua forma più pura.

Grazie alle interpretazioni intense, ad una fotografia cupa, e ad un senso di angoscia costante, “Mystic River” si presenta come un thriller ben riuscito dall’epilogo poco prevedibile. Lo spettatore però sente il bisogno di aggrapparsi ad una speranza, piuttosto che di soddisfare la propria curiosità riguardo l’identità del colpevole: è come se il pubblico volesse sentirsi rassicurato, o meglio consolato. Il regista, però, non aiuterà i fruitori del film ad alleviare il senso di paura ed inquietudine. “Mystic River” (girato in appena trentanove giorni) è un’opera violenta, dolorosa, carica di riflessioni intime e tormentate, che sfugge dalla ricerca di una qualsiasi riappacificazione tra i protagonisti e le loro contraddizioni interne.

Mariantonietta Losanno